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Press - Armando Danella

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L‘opera che smonta la grande opera
“MOSE – L’opera che non si doveva realizzare” di Armando Danella è un volume di ottocento pagine non di chiacchiere e di giudizi, ma di atti, di delibere, di verbali di riunioni, di documenti, di lettere, di pareri tecnici, di relazioni, di studi.
SILVIO TESTA
Certo il Mose, coi cambiamenti climatici e il livello del mare che cresce, sta giocando un brutto scherzo ai fautori della portualità a oltranza e a coloro che a tutti i costi lo hanno voluto, possiamo dire lo hanno imposto, e che la storia si incaricherà di giudicare, se qualcuno avrà buona memoria. Perché la consapevolezza di quel che sarebbe successo c’era, a chiare lettere, fin dalla Valutazione di impatto ambientale negativa del 9 dicembre 1998, e a soccorrere gli smemorati ecco arrivare proprio in questi giorni, per i tipi dell’Editoriale Unicorn, un’opera monumentale scritta da Armando Danella, per lunghi anni dirigente degli uffici della Legge Speciale del Comune di Venezia, testimone diretto dal di dentro e in prima persona del lungo processo della Salvaguardia lagunare:
MOSE – L’opera che non si doveva realizzare
Si tratta di un lavoro poderoso, ottocento pagine non di chiacchiere e di giudizi, ma di atti, di delibere, di verbali di riunioni, di documenti, di lettere, di pareri tecnici, di relazioni, di studi che vanno sostanzialmente dal 1995 al 2016: gli anni cruciali che hanno portato alla decisione di costruire il Mose. Una raccolta certosina, un tempo presente anche nel sito del Comune di Venezia, ma che l’amministrazione Brugnaro si è subito premurata di cancellare.
Sono pagine e pagine che parlano da sole, soprattutto se lette in filigrana tenendo conto del marciume della corruttela sistematicamente attuata dal dominus del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, senza la quale il Mose non sarebbe mai giunto alla fase attuativa. E se in una recente intervista di Maurizio Dianese sul Gazzettino lo dice Piergiorgio Baita, già presidente della Mantovani, il primo a finire in galera per la “Retata Storica” del 2013, c’è sicuramente da credergli.
Due, per Danella, i passaggi fondamentali: il Comitatone del 3 aprile 2003 (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; sindaco di Venezia Paolo Costa) che, dando per recepiti i famosi undici punti indicati dal Consiglio Comunale per approvare l’avanzamento del Mose (finiranno poi nel cestino delle immondizie), deliberò non solo lo sviluppo del progetto, ma la redazione dell’ esecutivo e perfino la realizzazione delle opere di regolazione delle maree.
E, secondo passaggio, cruciale, le sedute di Comitatone del 20 luglio 2006 e del 22 novembre 2006 (presidente del Consiglio Romano Prodi; sindaco di Venezia Massimo Cacciari) nei quali tutte le alternative al Mose proposte dal Comune di Venezia, incentrate sul riequilibrio morfologico e sulle difese locali – non ideuzze, ma progetti – vennero sistematicamente bocciate sulla base non di pareri indipendenti ma di studi del Consorzio, che ha imposto la sua visione unica, e si è visto come.
Se Costa aveva sciolto l’ufficio Legge Speciale, aveva impedito ricorsi amministrativi contro l’iter del Mose, aveva lavorato per spianare la strada al progetto, Cacciari aveva cercato di dare una svolta meno ingegneristica al processo della Salvaguardia (lasciando gli interventi di chiusura alle bocche di porto come extrema ratio), col contributo di grandi personalità scientifiche (il direttore della cattedra di Idraulica dell’Università di Padova, Luigi D’Alpaos in primis, e poi Antonio Rusconi, Lorenzo Bonometto, Andreina Zitelli) e con la costituzione di un gruppo di lavoro di profondi conoscitori di Venezia e della Laguna. Li ricordo: lo stesso Danella, il capo di gabinetto Maurizio Calligaro, il direttore del Centro Maree, Paolo Canestrelli, il giornalista Leopoldo Pietragnoli, l’urbanista Giorgio Pilla.
Grazie a Prodi, però, che tacitò il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, il ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, nulla fu preso in considerazione.
Qualcuno mi dirà: “Ma di cosa vai cianciando? Il Mose funziona: quante volte negli ultimi anni ha tenuto la città all’asciutto”? E vorrei ben vedere che non funzionasse! Ma non è questo il punto.
A parte le innumerevoli criticità che stanno emergendo da quando le dighe mobili sono state messe in opera e attivate, delle quali la stampa ha dato conto, il nodo, avverte Danella, è la compatibilità della grande opera, pensata cinquant’anni fa sottovalutando il contesto futuro, con gli scenari attuali e ormai prossimi venturi di riscaldamento globale e di crescita del livello del mare.
Proprio per questo ho introdotto la recensione del grande lavoro di Danella col tema del crocerismo e della portualità, perché entrambi si tengono e mostrano dinamiche decisionali analoghe e non voglio dire analogamente sospette.
“Quell’alzata delle paratoie attivata in modalità di stress-test non è il Mose”, avverte Danella. Che deve superare un collaudo vero, in condizioni meteo estreme (come quelle del 1966 e del 2019: non è stato costruito per questo?), dimostrando di non collassare per la risonanza indicata come possibile dalla società di consulenza Principia, senza penalizzare la morfologia lagunare e l’attività del portuale.
Ma gli ultimi due problemi, purtroppo, stanno già avvenendo e si capisce, come sottolinea Danella, che “la chiusura delle bocche lagunari non può rappresentare nel medio-lungo termine la soluzione per contrastare gli scenari di eustatismo previsti nel secolo”. Altre dovranno essere le soluzioni come il recupero altimetrico con sollevamenti puntuali di porzioni urbane e lagunari del territorio attraverso immissioni di fluidi negli strati profondi del sottosuolo; riduzione delle sezioni e rialzo dei fondali delle bocche di porto; opere trasversali fisse o stagionali; prolungamento dei moliforanei; ripresa del progetto integrato rii in città con l’innalzamento di macro insulae; apertura delle valli da pesca all’espansione di marea.
Chi paga?
Un’ultima considerazione: come mai sia nella vicenda del crocerismo che in quella del Mose si sono buttati e si stanno buttando milioni di euro, quando da decenni sia nell’un caso sia nell’altro era noto che si stava procedendo (e ancora si procede) su strade sbagliate? E lo chiedo al netto dei processi corruttivi, perché non penso che tutti, proprio tutti coloro che sono stati coinvolti nelle procedure decisionali lo abbiano fatto perché intascavano mazzette.
È che da una parte ci sono persone con gli occhi limpidi, che non hanno interessi diretti e cercano solo di difendere valori universali, mentre dall’altra parte vi sono persone con gli occhi offuscati dagli interessi e che cercano di difendere il proprio guadagno, trascurando le strade alternative che per loro significano solo lasciare il certo per l’incerto. È comprensibile.
I politici, però, dovrebbero capire, mediare ma, per la nota differenza tra il piccolo cabotaggio e la visione del vero statista, per lo più abbozzano e si accontentano di trite parole come lavoro, economia, Pil, cercando di lucrare un consenso immediato, cimentandosi in quello che è il vero sport nazionale italiano: la privatizzazione dei guadagni e la socializzazione delle perdite e dei costi ambientali, sanitari, sociali.
Tanto, credono, la gente dimentica presto… ma per fortuna ci sono quelli come Armando Danella!

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